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Il metodo

L’emozione è come un fiume:
se è secco, siamo nel deserto;
se è sovrabbondante, anneghiamo”.

Maurizio Stupiggia

La Psicoterapia Biosistemica

I riferimenti teorici

Biosistemica è il nome di un approccio terapeutico integrato a mediazione corporea formulato nel 1986 da Jerome Liss, psichiatra psicoterapeuta americano, che affonda le sue radici nelle teorie e nei modelli neurofisiologici di H. Laborit, E. Gellhorn, G. Edelman, D. Siegel, S. Porges, A. Schore, G. Rizzolatti ma anche nel modello embriologico di D. Boadella e J. Liss, nelle riflessioni di L. von Bertalanffy, G. Bateson e E. Morin per lo sfondo sistemico e nella ricerca sulla psicotraumatologia di B. van der Kolk e P. Ogden.
All’interno di quest’articolazione teorica si situa l’intervento terapeutico che, riprendendo alcuni temi e modi della psichiatria fenomenologica (R. Laing, D. Cooper) e della prospettiva intersoggettiva in psicoanalisi (H. Kohut, R. Storolov), si espande fino a evoluzioni del metodo della Gestalt e della Bioenergetica e all’assimilazione dei contributi dell’Infant Research (E. Tronick, B. Beebe e F. Lachmann). Queste ampie radici fanno sì che la Biosistemica possa affrontare la problematicità del rapporto mente – corpo e della relazione in tutta la sua complessità.

Il modello scientifico

Il modello teorico Biosistemico si basa sulla neurofisiologia delle emozioni per la loro ricaduta sui territori dell’immunologia e della psicosomatica e per la loro centralità in qualunque argomento clinico e psicopatologico. Si basa sull’idea che alla base delle nostre difficoltà emotive ci siano processi fisiologici inconsapevoli che debbano essere trasformati e ciò avviene avvalendosi di una visione sistemica che sottende l’intervento psicoterapeutico.
Le radici biologiche della sofferenza emotiva e somatica vengono comprese secondo i concetti di numerosi ricercatori di cui riporto i principali.

La Teoria Polivagale di Porges.

La Teoria Polivagale del neurofisiologo Stephen Porges si basa sulla modificazione biologica del nostro sistema nervoso avvenuta nel passaggio evolutivo tra i nostri antenati rettili e noi mammiferi per aumentare le possibilità di sopravvivenza in condizioni di pericolo. I mammiferi necessitano di avere relazioni sociali, legami affettivi e di proteggersi reciprocamente.
Secondo la Teoria polivagale il sistema nervoso autonomo è sempre alla ricerca di sicurezza e reagisce in maniera differente a seconda del livello di rischio presente nell’ambiente.
La valutazione da parte del Sistema nervoso autonomo del pericolo presente nel contesto circostante (neurocezione), permette di distinguere situazioni/persone sicure da quelle minacciose per la vita inibendo o attivando le aree cerebrali che organizzano le strategie difensive.
Nel corso della filogenesi, per affinare i comportamenti di sopravvivenza, il sistema nervoso autonomo dei mammiferi e dell’uomo si è complessificato. A seconda dell’ambiente, che può essere sicuro, insicuro o estrememente minaccioso, si attivano le risposte adattive dei diversi stadi dell’evoluzione, rispettivamente da quello più recente a quello più antico.
Per quanto riguarda il primo, composto dal sistema ventro-vagale o social engagement system genera risposte che si basano sulla relazione e il contatto con l’altro che risultano essere mediatori della modulazione autonomica.
Il secondo, quello intermedio, attraverso il Sistema-simpatico adrenergico innesca reazioni di mobilizzazione e di evitamento attivo che includono lotta (fight) (ad esempio difendersi da un attacco fisico o verbale) o fuga (flight) (ad esempio allontanarsi da una persona emotivamente nociva).
Il terzo, quello più primitivo, in situazioni di pericolo di vita, attiva il sistema dorso-vagale che entra in gioco quando le difese attive non sono sufficienti per farci sentire al sicuro di fronte a minacce soverchianti o insormontabili (ad esempio quando un bambino vittima di violenza fisica o sessuale non può contrastare l’aggressore). In questi casi subentrano le difese passive o immobilizzazione (sottomissione, freezing passivo, numbing, immobilità tonica e feigned death).
Le persone che hanno avuto uno sviluppo normale valutano in maniera adeguata il livello di rischio presente nell’ambiente a cui rispondono visceralmente in maniera coerente, diversamente a quanto succede nei casi di psicopatologia e trauma in cui si attivano risposte disadattive.
Le persone traumatizzate vivono continuamente in uno stato di allerta e ansia ed il loro corpo risulta ipervigliecollassato come se vivesse in uno stato di continua minaccia (Van Der Kolk, 2016).
Nel primo caso, l’iperattivazione simpatica o iperarousal implica pensieri accellerati accompagnati da ricordi intrusivi legati al trauma, blocco e irrigidimento muscolare (freezing ipertonico) e da rabbia incontrollabile.
Nel secondo caso l’iperattivazione parasimpatica o ipoarousal causa numbing sensoriale ed emozionale, rallentamento della risposta muscolare/scheletrica fino ad arrivare a depersonalizzazione, derealizzazione, immobilità tonica (feigned death) con senso di colpa e vergogna.
Dati tali presupposti, l’intervento clinico si focalizza sulla creazione di una relazione terapeutica sicura, in cui sono attivi il sistema di ingaggio sociale sia del terapeuta che del paziente, agendo sul Ramo Ventrale Parasimpatico del Nervo Vago che inibisce le risposte di Iperattivazione del Sistema Nervoso Simpatico e di Ipoattivazione e Immobilizzazione del Ramo Dorsale Parasimpatico del Nervo Vago. In tale ottica il corpo del terapeuta diventa strumento per regolare il sistema nervoso del paziente per portarlo a uno stato di attivazione (arousal) e di regolazione emozionale ottimali e ridurre le modalità disfunzionali di reazione agli stimoli percepiti come minacciosi provenienti dall’ambiente.

Il Modello embriologico di Boadella – Liss

In base al Modello embriologico di Boadella – Liss il funzionamento più o meno equilibrato del futuro organismo adulto (benessere) dipende dall’armonica funzionalità e connessione tra le tre componenti dell’essere umano: mente-corpo-emozioni. Queste si generano dai tre foglietti che si originano dall’embrione che sono rispettivamente l’ectoderma, il mesoderma e l’endoderma.
All’ectoderma, da cui si sviluppano il sistema nervoso centrale (SNC), la corteccia cerebrale, il sistema nervoso autonomo (Sna) e la pelle, corrisponde lo sviluppo cognitivo (orientamento sensorio e cognitivo); al mesoderma, da cui si generano lo scheletro, i muscoli ed il sistema cardiocircolatorio, corrisponde lo sviluppo motorio (locomozione e adattamento all’ambiente); all’endoderma, da cui hanno origine il sistema gastrointestinale, il sistema respiratorio e quello renale, corrisponde lo sviluppo emozionale.
A livello di intervento terapeutico l’obiettivo è l’integrazione tra pensieri, gesti e movimenti ed emozioni. L’emozione viene intesa come evento psicosomatico per eccellenza in cui le sensazioni corporee s’incontrano con i pensieri ristabilendo l’unità/connessione mente-corpo. Ad esempio avete un terribile mal di testa e non sapete perchè. Attraverso il lavoro biosistemico sarà possibile creare una connessione con la situazione problematica che provoca il mal di testa (conflitto con il proprio marito/moglie o con il proprio datore di lavoro o con i colleghi/e ecc) e con l’emozione sottesa (ad. es, la rabbia, la frustrazione, la tristezza ecc) per sciogliere il nodo emotivo/emozione dolorosa, provare sollievo e ritrovare emozioni positive, nuova energia e vitalità.

Il Modello neurofisiologico di Gellhorn

In base al Modello neurofisiologico di Gellhorn i disturbi emotivi e psicosomatici derivano dal lavoro simultaneo del simpatico ed il parasimpatico, le due componenti del Sistema Nervoso Autonomo, che crea nodi emotivi e sintomi psicosomatici.
Il simpatico consente l’attivazione dell’azione (lavorare, correre, danzare ecc) con dispendio di energia; il parasimpatico consente l’attivazione delle funzioni del riposo (dormire, rilassarsi) e del recupero energetico, controbilanciando gli effetti del simpatico, con recupero di energia. Con il predominio del simpatico si generano emozioni di rabbia, ira, frustrazione, irritabilità e sintomi come agitazione, nervosismo, palpitazioni, insonnia; con il predominio del parasimpatico si generano emozioni di vulnerabilità, senso di ferita e/o di colpa, paura, tristezza e sintomi come depressione, affaticamento, nausea, vomito, diarrea, stitichezza.
A livello di intervento terapeutico l’obbiettivo è ripristinare l’alternanza armonica fra le due funzioni (riposare, rilassarsi profondamente vs agire con vitalità) per ricreare condizioni di benessere, caratterizzato da emozioni di gioia attiva, a livello del simpatico, e di fusione e piacere, a livello del parasimpatico approfondendo e trasformando le emozioni negative in sollievo, desiderio di cambiamento e di nuova iniziativa a livello dell’azione personale.

Il Modello neurofisiologico di Laborit

In base al Modello neurofisiologico di Laborit  è stato dimostrato che i disturbi emotivi e psicosomatici derivano da un’inibizione all’azione prolungata nel tempo per cui la persona di fronte ad un ostacolo esterno (ad. esempio le continue critiche ricevute dal proprio datore di lavoro) non reagisce attraverso il sistema dell’azioneATTACCO (protesta)/FUGA (ricerca di un nuovo posto di lavoro) ma scarica dentro di sé ad. esempio l’emozione della rabbia.
Il sistema di inibizione dell’azione (paralisi-blocco) è funzionale quando dura pochi secondi o minuti (ad. esempio evitare di aggredire fisicamente il proprio datore di lavoro), ma se dura nel tempo produce, attraverso la soppressione dell’adrenalina e un anormale innalzamento dei corticosteroidi e della noradrelina (tutti ”ormoni dello stess”), stress, ansia, depressione, malattie cardiache e tumorali, riduzione della creatività e della memoria.
Per creare benessere sarà dunque imprescindibile favorire la disinibizione dell’azione ovvero aiutare la persona ad esplicitare i pensieri e ad esprimere le emozioni e i gesti legati alla situazione problematica per poi agire i movimenti e le azioni volte alla soluzione del problema (come ricercare un nuovo lavoro).

La Teoria Sistemica

Declinando la prospettiva della Teoria Sistemica in termini fisiologici, la sofferenza o la patologia sono frutto della mancanza di connessione tra le funzioni cognitive, le sensazioni corporee, le emozioni, le funzioni percettive, l’immaginazione visiva e le espressioni non verbali, sottosistemi dell’unità mente-corpo.
Compito del terapeuta è quindi favorire l’emergenza di ogni sottosistema utilizzandolo e di ricostruire le connessioni tra i sottosistemi portandoli ad un’interazione funzionale affinchè ci sia un completo sviluppo mente-corpo della persona.

Il processo terapeutico

L’Ascolto profondo

L’Ascolto Profondo ha lo scopo di accogliere il mondo interiore del paziente/cliente, di esplorare le sue preoccupazioni, delusioni, paure e difficoltà e di instaurare una relazione umana che consenta la condivisione dell’infelicità nascosta. La persona potrà fare chiarezza nei propri pensieri, entrare in contatto con le proprie emozioni e provare la sensazione di sollievo; i suoi atteggiamenti diventeranno più positivi e comincerà a provare speranza.
L’approfondimento delle emozioni può avvenire attraverso la ripetizione delle parole chiave portate dalla persona, ovvero di quelle parole che portano con sé una speciale carica emotiva, sul versante del simpatico (rabbia, ira ecc) o del parasimpatico (tristezza, angoscia ecc) e che rivelano un importante aspetto della sua esperienza. Il lavoro con le parole chiave crea un’atmosfera relazionale di profonda accettazione; sentendo una ricapitolazione della sua esperienza emotiva, il paziente è incoraggiato ad esplorarla, a stare nel qui ed ora ed a comprenderla. E’ possibile anche combinare la parola chiave con l’intervento corporeo suggerendo di associare alla parola un gesto o un movimento per integrare i due livelli fondamentali della nostra esistenza, quello mentale e quello corporeo.
L’esplorazione delle varie dimensioni delle emozioni (sensazioni, immagini, movimenti, pensieri), avviene attraverso le frasi direzionali che rappresentano uno strumento del terapeuta per seguire ed esplorare i canali che la persona stessa porta. Ad esempio il paziente può dire “mi sento congelato” e il terapeuta può domandare “dove senti questa sensazione nel corpo” oppure “puoi descrivere con un’immagine questa sensazione di congelamento? Le frasi direzionali possono essere formulate anche come domande aperte, e quindi essere di carattere generale come ad esempio “che cosa è successo?”, o “come ti senti in questo momento?“.

L’Empatia corporea

In Biosistemica il termine empatia, ovvero la capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo, assume un significato più esteso che include anche la dimensione della corporeità. L’empatia viene intesa come costante lavoro di ricerca e di adattamento delle proprie esperienze al materiale che il paziente offre, a livello cognitivo, emotivo e corporeo.
Rispetto al primo, come terapeuti, creiamo spontaneamente un’immagine che rappresenta ciò che il paziente ci racconta; per il secondo ci immedesimiamo nell’emozione che porta ed infine, in merito al terzo, ne rispecchiamo la postura, l’espressione non verbale, il tono e il ritmo di voce.
Relativamente a quest’ultimo punto, che favorisce l’empatia corporea, facciamo riferimento alle ricerche di Daniel Stern sulla relazione madre-bambino, per cui se si ha una buona “sintonizzazione” (attunement) o rispecchiamento a livello di comunicazione non verbale/implicita e rispetto al tono e ritmo di voce da parte di chi si prende cura del bambino, quest’ultimo svilupperà buone capacità di comunicare e di stare in relazione, altrimenti diventerà inibito oppure aggressivo. Nel contempo, seguendo Edward Tronick, sappiamo anche che l’esperienza della regolazione interattiva non si realizza solo attraverso momenti di incontro felici o di corrispondenza (matching), ma anche attraverso momenti di riparazione (mismatching repair) successivi alle inevitabili occasioni di rottura relazionale (mismatching)”; l’interazione si compone cioè di fasi di regolazione continua.
Le ricerche di Stern e Tronick costituiscono la base esplicativa di ciò che avviene, anche tra adulti, a livello di comunicazione corporea, e di conseguenza, tra paziente e terapeuta. In base ad esse è dunque possibile affermare che essere in empatia è un processo continuo di una serie di tentativi, errori e correzioni di rotta e che nell’ambito di un rapporto terapeutico, un aspetto fondamentale della cura è la relazione avendo la persona la possibilità di apprendere la capacità di sintonizzarsi con l’altro e di poter riparare le modalità relazionali disfunzionali fino a quel momento acquisite.

Dal Problema alla Soluzione

Secondo il Metodo Biosistemico, lo sviluppo personale richiede due fasi:
1. l’esplorazione e l’approfondimento delle emozioni;
2. la costruzione delle soluzioni per il futuro.
Durante la prima, l’esplorazione delle emozioni (angoscia, paura, delusione, tristezza, rabbia ecc), il cliente/paziente è incoraggiato a confrontarsi, in misura graduale e tollerabile, con i sentimenti che sono alla base della sua sofferenza.
L’accoglienza e il non-giudizio del terapeuta gli permettono di “entrare” nelle immagini, nei pensieri, nelle sensazioni del corpo e nelle emozioni connesse ai vissuti dolorosi. Questa è la fase più delicata e cruciale del processo terapeutico, dato che il lavoro si concentra sui contenuti profondi del vissuto personale per coglierne i punti di lacerazione e di strappo e per cercare di ricreare la connessione tra mente e corpo.
L’approfondimento delle emozioni porta poi l’individuo alla sensazione di sollievo. Di qui comincia la seconda fase, la costruzione per il futuro, durante la quale il cliente/paziente si interroga su come agire, su quali iniziative intraprendere nel futuro per superare o, almeno, diminuire il suo problema. La scelta operata dalla persona rispetto a diverse alternative possibili, viene, all’interno del setting, immaginata o anche simulata ovvero praticata. Varie tecniche espressive (role-playing, ecc.) vengono utilizzate per “trasformare una buona intenzione in un’azione reale”: ciò crea una memoria corporea che infonde sicurezza al paziente, in quanto esperienza vissuta “come se” fosse nella realtà.
In questo modo il lavoro emotivo crea un ponte verso la vita quotidiana in cui verranno intrapresi i cambiamenti concreti.
Per approfondimenti vedere il sito www.biosistemica.net

Bibliografia

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Liss, J., Insieme per vincere l’Infelicità, FrancoAngeli, Milano, 1996.
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Stupiggia M, (2014),“Il modello biosistemico”, in INCHIESTA, N.°183, Edizioni Dedalo, Bari.

Stupiggia M (2014), Il counseling biosistemico in Rivista Italiana di Counseling n.°.1, ASSOCOUNSELING, Milano.

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